Il percorso
350+
Chilometri percorsi
5000+
Metri di dislivello
13
Giorni di cammino
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Tappa 0: Akureryi
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Tappa 1: The sundry Museum
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Tappa 2: Gola verde a fine valle
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Tappa 3: In prossimità di un lago
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Tappa 4: Oltre il rifugio Laugafell
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Tappa 5: Rifugio Nyidalur
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Tappa 6: Attraverso le Highlands
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Tappa 7: Pony Farm
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Tappa 8: Lago Porisvatn
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Tappa 9: Ai bordi della riserva Fjallabak
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Tappa 10: Campeggio Landmannalaugar
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Tappa 11: Campeggio Alftavatn
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Tappa 12: Campeggio Langidalur
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Tappa 13: Arrivo a Skogafoss
attenzione
La divisione delle tappe che troverete in questa guida non è perfetta né universale: è stata pensata sulla base di una pianificazione “grossolana” di ciò che ci attendeva a causa delle scarse informazioni disponibili, e per correttezza abbiamo riportato fedelmente quella che abbiamo effettivamente percorso noi. Una delle bellezze di questo itinerario è proprio la libertà: non ci sono sempre punti “obbligati” come rifugi o strutture fisse da raggiungere, e questo permette di adattare distanze e giornate alle proprie capacità fisiche e al proprio ritmo.
Nella nostra esperienza, la prima settimana è stata quella più intensa: giorno dopo giorno si accumulano molti chilometri, fino ad arrivare quasi a 300 già alla decima tappa. Questo perché, a partire dal terzo giorno, il dislivello si riduce notevolmente (quando presente, è molto diluito) e fino a Landmannalaugar si cammina perlopiù attraverso le vaste highlands. Le tappe nove e dieci sono volutamente più brevi, pensate per recuperare almeno in parte dopo i giorni precedenti, decisamente più impegnativi. Dal decimo giorno in poi, invece, ha inizio il celebre Laugavegur Trail: qui le distanze giornaliere diminuiscono, ma al contrario il dislivello aumenta in modo significativo, rendendo i chilometri più impegnativi.
Un consiglio utile potrebbe essere quello di programmare il percorso in modo da fare tappa al rifugio Laugafell: immergersi nelle sue pozze termali sarà un’esperienza talmente rigenerante che non vorrete più uscirne (e se volete concedervi una notte al caldo, può essere un’ottima alternativa alla tenda). Nonostante la nona e la decima tappa siano brevi – e, se si parte presto, il decimo giorno si riesce ad arrivare al rifugio già a metà giornata, godendosi così un pomeriggio di riposo nelle sorgenti – potrebbe comunque non essere sufficiente per recuperare davvero le energie prima di affrontare il Laugavegur, che richiede molta più intensità. Per questo può essere saggio valutare una giornata di riposo totale al rifugio, oppure spezzare l’undicesima tappa in due, fermandosi a metà strada al rifugio Hrafntinnusker (o addirittura entrambe le opzioni). Va sottolineato però che, trovandosi in quota, il rifugio può essere raggiunto solo con condizioni meteorologiche favorevoli: in caso contrario, l’altitudine e l’esposizione rendono la zona potenzialmente pericolosa.
Noi purtroppo non siamo riusciti a percorrere il Laugavegur Trail. Nonostante diversi giorni di attesa a Landmannalaugar, una forte bufera che stava investendo l’Islanda non accennava a placarsi e la prosecuzione del percorso sarebbe rimasta impraticabile ancora a lungo. Per questo, tutte le informazioni su questo sito riguardo il Laugavergur Trail sono prese dalle esperienze di altre persone di cui ci fidiamo.
Tappa 0: Akureryi. Ma come si raggiunge?
Chiunque arrivi in Islanda in aereo atterrerà a Keflavík, l’unico aeroporto internazionale del Paese. Attenzione in fase di prenotazione: anche se spesso compare scritto “Reykjavík”, i voli dall’estero atterrano tutti a Keflavík, che si trova circa 50 km dalla capitale. Da qui raggiungere Reykjavík è molto semplice: bastano circa 45 minuti grazie alle navette “Flybus”, che partono con grande frequenza (all’incirca una ogni ora) e hanno come capolinea il BSÍ Bus Terminal, punto strategico per chi proseguirà il viaggio con compagnie locali.
Arrivati in città, la domanda è: come raggiungere Akureyri, la cosiddetta “capitale del Nord”? Le opzioni sono due: volo interno o bus extraurbano.
La prima possibilità è quella più rapida: un volo domestico dall’aeroporto di Reykjavík, operato da Icelandair, l’unica compagnia su questa tratta. In alta stagione sono previsti fino a 4 voli al giorno e in soli 45 minuti sarete già a destinazione. La compagnia propone tre tipi di tariffa: Economy Light, Economy Standard ed Economy Flex. Per chi viaggia con zaino da trekking o bagagli ingombranti, la scelta minima obbligata è la Standard, che include un bagaglio in stiva da 23 kg e uno a mano da 6 kg. La Flex non aumenta la franchigia bagaglio, ma offre maggiore libertà di modifica e cancellazione. L’opzione Light, per quanto più economica, non comprende il bagaglio in stiva e quindi è poco pratica per chi affronta un’avventura di più giorni.
Per quanto riguarda i prezzi, acquistando con anticipo si può spendere circa 88 € per la tariffa Light, 110 € per la Standard e 150 € per la Flex. Ovviamente le cifre variano in base alla stagione, all’anticipo della prenotazione e all’orario del volo.
La seconda opzione è affidarsi ai bus pubblici extraurbani (guarda la mappa qui), una soluzione più lenta ma anche più economica e panoramica. La linea da prendere è la 57, che copre i quasi 400 km fra Reykjavík e Akureyri. Il viaggio dura circa 6 ore e mezza, comprese diverse soste, e il biglietto costa 13.200 ISK (circa 93 €). Nonostante il tempo di percorrenza, la differenza di prezzo rispetto all’aereo non è enorme. Per organizzarsi conviene consultare il sito della compagnia nazionale Straetó: nella sezione “timetables” si trovano tutti gli orari, selezionando “Countryside” e la linea 57. È fondamentale controllare che la corsa scelta arrivi davvero fino ad Akureyri e non si fermi prima. Basta verificare che nella colonna “Akureyri – Hof” sia riportato un orario: in caso contrario, bisognerà aspettare un’altra corsa, che può partire nel tardo pomeriggio o addirittura il giorno successivo, dato che solo due bus al giorno coprono l’intera tratta. In alternativa, con il “Route Planner” del sito si possono inserire partenza e arrivo e ottenere direttamente l’orario corretto.
La prima corsa parte solitamente dal BSÍ Bus Terminal, mentre le altre dal capolinea di Mjódd E, il principale nodo dei bus extraurbani della capitale. La lettera “E” indica la zona esatta in cui attendere il pullman, utile per orientarsi tra le varie postazioni contrassegnate da lettere diverse.
Per quanto riguarda i biglietti, si acquistano direttamente a bordo: l’autista chiederà la destinazione e vi farà pagare di conseguenza, anche con carta. Sarà lui stesso ad aprire i portelloni per il bagaglio prima di farvi salire. Durante le 6 ore e mezza di viaggio ci saranno soste regolari: alcune brevi (10-15 minuti), altre più lunghe (30-40 minuti). Tutte avvengono in prossimità di stazioni di servizio con minimarket, servizi igienici e, spesso, bombole da campeggio. Il consiglio è di tenere con sé nello zaino una piccola scorta per affrontare il viaggio (acqua, snack, powerbank).
Per raggiungere Mjódd dal centro di Reykjavík ci si può affidare ai bus urbani, dove è possibile pagare a bordo con il sistema “Tap & Pay”, come già avviene in molte città europee. Non serve ripassare la carta al momento della discesa in quanto la nostra destinazione è il capolinea.
Noi abbiamo scelto questa seconda opzione. In parte per risparmiare, in parte per evitare i controlli bagagli dell’aeroporto, ma soprattutto per sfruttare il lungo tragitto e godere dei panorami della ring road dal finestrino. Abbiamo preso la corsa delle 17:29 da Mjódd E e siamo arrivati ad Akureyri intorno a mezzanotte. A quel punto si può pernottare in un hotel del centro, anche se i prezzi sono decisamente alti (almeno 300 € a notte per due persone). In alternativa, come abbiamo fatto noi, si può optare per il Camping Hamrar, circa 5 km fuori città e dalla fermata dei bus. Arrivando molto tardi (abbiamo montato la tenda verso l’1:30 di notte), avevamo contattato in anticipo la struttura: il personale è stato disponibilissimo e ci ha rassicurati che non ci sarebbero stati problemi. Una volta arrivati è bastato chiamare il numero fornito e il guardiano di turno ci ha accolti, fatto pagare e indicato la piazzola.




Tappa 1: Tra colossi verdi e primi incontri islandesi
Dopo la prima notte in campeggio inizia davvero la nostra traversata. La giornata comincia con una discesa che annulla subito il dislivello guadagnato la sera precedente, riportandoci sulla strada principale. Qui, ancora immersi nella “civiltà”, il percorso segue l’asfalto, ma già dalle prime ore di cammino si apre davanti a noi lo spettacolo delle valli islandesi: montagne verdi che si alzano imponenti da ogni lato, creando un paesaggio grandioso e un po’ surreale.
Lungo la strada si incontrano piccoli paesi che, con le loro casette basse e squadrate, ricordano quasi un’atmosfera “western”, interrotta solo da enormi allevamenti. Le mucche, curiose e tranquille, ci osservano e spesso ci accompagnano per un tratto, seguendoci lungo il recinto come se fossimo una novità assoluta. Anche gli abitanti non sono da meno: lo sguardo è sempre un po’ stupito, ma non manca mai un saluto cordiale, spesso accompagnato da un sorriso o da un “good luck!”. Ricordatevi sempre di ricambiare: in Islanda la gentilezza è un linguaggio universale.
Man mano che ci avviciniamo alla nostra meta, la valle si restringe, le case diventano più rare e lasciano spazio a fattorie isolate e campi coltivati. Poco prima della destinazione si incontra un piccolo aeroporto locale, segnale che ci stiamo lasciando alle spalle i tratti più urbanizzati. Dopo qualche chilometro, sulla destra, compare finalmente il punto di riferimento della giornata: il Sundry Museum, un piccolo museo che funge da traguardo ideale della tappa, anche se non offre accoglienza né servizi ricettivi.
Vale la pena ricordare che in Islanda le regole sul campeggio libero sono molto rigide: si può piantare la tenda solo lontano da strutture ricettive, non su terreni coltivati, e sempre con il consenso del proprietario, avendo cura di non lasciare traccia del proprio passaggio. Nel nostro caso, la scelta è caduta su un’area vicina al fiume: un terreno un po’ umido, ma che rispettava le regole e ci ha permesso di concludere la giornata in modo autentico, immersi nella natura islandese.




Tappa 2: Addio asfalto, benvenuti pascoli
Dopo una giornata intera trascorsa sull’asfalto, finalmente il paesaggio e il terreno cambiano volto. Lasciamo la strada principale e imbocchiamo lo sterrato, salutando gli ultimi paesini che incontriamo lungo il cammino. La valle sembra stringersi attorno a noi, e l’ambiente si fa più rurale e autentico: le fattorie diventano sempre più grandi, immerse nel verde e popolate da centinaia di animali.
Le mucche, tranquille e curiose, spesso si avvicinano in gruppo, quasi a darci il benvenuto, mentre le pecore, più diffidenti, si allontanano velocemente appena ci vedono, sparendo tra i campi e i pendii. Anche le automobili diventano sempre più rare: il silenzio e la natura prendono il sopravvento, regalandoci la sensazione di esserci davvero allontanati dalla civiltà.
Verso sera, tra i colori morbidi della luce islandese, compare la meta della giornata. La tappa si conclude in un ampio pascolo di pecore: un luogo semplice, ma dal fascino unico, dove decidiamo di piantare le tende. Nonostante la nostra presenza un po’ ingombrante, le pecore ci lasciano sorprendentemente in pace, limitandosi a pascolare attorno senza mai avvicinarsi troppo. È una sistemazione essenziale, certo, ma immersa in una quiete che solo la campagna islandese sa offrire.




Tappa 3: Verso le Highlands, dal verde al deserto lunare
La valle si fa sempre più stretta e la salita inizia a farsi sentire. Quando sembra che la gola stia per terminare, scopriamo invece che il suo corso si prolunga a est, snodandosi ben oltre le aspettative. La fatica è compensata dal paesaggio: i versanti verdi e verticali ricordano a tratti le Dolomiti, mentre un torrente di acqua gelida scorre alla nostra sinistra, accompagnandoci come un filo costante lungo il cammino. Di tanto in tanto qualche fuoristrada appare sul sentiero, unico segno che questo luogo non è completamente isolato.
Dopo alcune ore e una salita più ripida, il paesaggio cambia improvvisamente. Alle nostre spalle lasciamo i verdi delle coste islandesi e davanti a noi si apre l’immensità delle Highlands: un ambiente brullo, quasi lunare, fatto di sabbia scura e rocce vulcaniche. Non sorprende sapere che proprio qui la NASA scelse di addestrare Neil Armstrong e altri astronauti negli anni ’60: l’aridità del terreno, le condizioni estreme e la geologia giovane di queste terre offrivano uno scenario perfetto per simulare il suolo lunare.
Raggiunta la sommità, siamo circa a metà della tappa. Ci attendono ancora ore di cammino in questo deserto silenzioso. Tra chiacchiere ed entusiasmo per l’ambiente unico, i chilometri scorrono fino a quando, poco prima dell’arrivo, un dettaglio cattura l’attenzione: un colle isolato sulla sinistra, sormontato da una croce, elemento raro in Islanda. Spinto dalla curiosità (e dalla speranza di trovare segnale), devio per raggiungerne la cima, mentre il mio compagno prosegue sul sentiero. Dall’alto la vista è incredibile, tanto che mi concedo una lunga pausa fotografica prima di rimettermi in marcia.
Gli ultimi chilometri ci portano infine a un lago glaciale, incastonato in questo paesaggio desertico. Un luogo suggestivo e austero, dove montiamo la tenda in cerca di un riparo dal vento. Il freddo, però, non ci abbandona mai, ricordandoci che qui la natura detta sempre le regole.




Tappa 4: Il bagno termale di Laugafell e il deserto glaciale
La giornata inizia con una colazione veloce, immersi nel freddo e nell’umidità tipici delle Highlands. Il lago accanto al nostro accampamento resta quasi invisibile, nascosto dalla fitta nebbia che scopriremo essere una presenza ricorrente in queste zone. Con l’Hofsjökull che ci guida all’orizzonte, camminiamo per un paio d’ore fino a scendere in una valle che ci conduce al primo segno di civiltà e di verde dopo un giorno di deserto: il rifugio di Laugafell.
Qui ci aspetta una sorpresa che sembra un miraggio: la pozza di acqua termale del rifugio. Dopo giorni senza lavarci, l’emozione è indescrivibile. Senza pensarci due volte ci tuffiamo nell’acqua bollente, felici come bambini, finché la gestrice del rifugio ci richiama all’ordine: l’ingresso è a pagamento (1000 ISK, circa 7 euro). Una cifra che paghiamo più che volentieri, considerando che include anche l’uso dei bagni e delle docce. Il rifugio offre inoltre posti letto per chi desidera fermarsi la notte.
Laugafell è un punto di incontro molto frequentato dagli amanti del fuoristrada: durante il nostro passaggio, una domenica a mezzogiorno, ci imbattiamo in un gruppo di islandesi intenti a grigliare carne, un profumo irresistibile per i nostri stomaci abituati solo al cibo liofilizzato. La pausa pranzo immersi nell’acqua calda diventa così un momento indimenticabile, a metà tra relax e convivialità.
Ripartiamo nel pomeriggio. Superato un piccolo guado appena sotto il rifugio, lasciamo alle spalle la valle verde di Laugafell per tornare al paesaggio desertico. Davanti a noi, però, il deserto incontra i ghiacciai, dando vita a scenari spettacolari: grandi vallate, distese erbose e fiumi dalla portata gigantesca. Questo paesaggio grandioso ci accompagna fino alla tappa finale della giornata.




Tappa 5: I guadi del Tungnafellsjökull e l’arrivo al rifugio Nýidalur
Si riparte con l’obiettivo di raggiungere l’ultimo rifugio che incontreremo per diversi giorni. La tappa di oggi è soprattutto di collegamento: lasciamo la F821 (che da Laugafell diventa F752) per raggiungere la leggendaria F26, una delle piste più famose e selvagge d’Islanda, che incrociamo a metà giornata.
La gestrice del rifugio ci aveva messo in guardia: lungo il cammino ci attendono due guadi impegnativi. Il primo lo incontriamo quasi subito, nei pressi del nostro campo. L’acqua è bassa, ma la larghezza del fiume lo rende comunque faticoso da attraversare. Il secondo (qui), a circa 5 km a nord del rifugio di Nýidalur, è il più difficile dell’intera traversata: l’acqua proviene direttamente dal vicino ghiacciaio-vulcano Tungnafellsjökull e la sua portata varia molto a seconda delle condizioni (temperatura, ora del giorno, scioglimento). Anche se il fiume è stretto, la corrente è forte e il livello ci arriva sopra il ginocchio, quasi all’inguine per il mio compagno (io 1,92 m, lui 1,85 m). È un passaggio che richiede attenzione e prudenza. (Guarda sezione “preparazione” per altri dettagli sui guadi e come affrontarli).
Superato il guado, gli ultimi chilometri scorrono più tranquilli. Entriamo nel Vatnajökulsþjóðgarður (Parco Nazionale del Vatnajökull), dove il paesaggio si fa più verde e accogliente, mentre alla nostra sinistra il massiccio del Tungnafellsjökull si mostra a tratti tra le nuvole. Il sentiero ci conduce al rifugio di Nýidalur, situato su un piccolo promontorio sopra un altro fiume, questa volta poco profondo e facile da guadare.
La gestrice ci accoglie illustrando le regole e i servizi disponibili. Preferiamo piantare la tenda all’esterno, ma decidiamo di utilizzare la cucina comune (circa 5 € a testa). All’interno troviamo una grande pentola sempre in ebollizione, dalla quale possiamo attingere acqua calda per i nostri pasti liofilizzati. La sala da pranzo è il cuore del rifugio: una lavagnetta aggiorna sulle condizioni meteo dei due giorni successivi, scaffali pieni di mappe e cartine aiutano a orientarsi, mentre un piccolo angolo vendita propone snack e bevande a prezzi proibitivi (circa 35 € per patatine, biscotti, una lattina e un succo), giustificati dal fatto che i rifornimenti arrivano solo in 4×4 dopo tanti chilometri.
Passiamo la serata al caldo della sala comune, informandoci con la gestrice sul meteo e sui guadi che ci attendono nei prossimi giorni. Poi, dopo aver usato i bagni esterni, ci ritiriamo in tenda per riposare.




Tappa 6: Tra sabbia e ghiacciai: il cuore selvaggio delle Highlands
Con ancora addosso le energie del piccolo “rinforzo calorico” della sera precedente, ripartiamo per la sesta tappa, non senza un filo di amarezza: fino alla decima giornata non troveremo altro cibo diverso dalle solite razioni liofilizzate.
Il paesaggio cambia di nuovo. Abbandoniamo il deserto grigio e solitario dei giorni scorsi per inoltrarci in un ambiente diverso, color sabbia. L’Hofsjökull si mostra in tutta la sua imponenza: dai suoi fianchi scendono grandi fiumi che corrono paralleli al nostro cammino verso sud, mentre immensi laghi compaiono all’orizzonte come miraggi.
La giornata si consuma così, camminando sulle dune sabbiose nel cuore delle Highlands. Ci troviamo in una posizione straordinaria: stiamo avanzando tra i due ghiacciai più grandi d’Islanda (e d’Europa), anche se da qui solo l’Hofsjökull si lascia vedere chiaramente.
Dopo molte ore di marcia raggiungiamo il punto più alto della tappa: una sorta di tetto naturale che domina l’intero paesaggio circostante. Da quassù la vista spazia senza ostacoli, regalando un colpo d’occhio memorabile. Poco oltre, approfittando ancora del sole che illumina la sera islandese, piantiamo la tenda e concludiamo la giornata immersi in una natura assoluta.




Tappa 7: L’Hofsjökull compagno di viaggio e i cavalli islandesi
Il nostro cammino prosegue nel cuore delle Highlands islandesi. Il paesaggio resta in gran parte lo stesso, dominato da sabbie e distese aride, ma lungo i corsi d’acqua iniziano a comparire macchie di verde, che portano un tocco di vita e contrasto a questo ambiente severo. L’Hofsjökull, ormai compagno fedele di viaggio, si mostra sempre più imponente e leggibile nella sua interezza, regalando scorci spettacolari che ci accompagnano passo dopo passo.
Il tempo scorre tra chiacchiere e fantasie: inevitabilmente la mente vola a ciò che ci piacerebbe mangiare una volta tornati a casa. Intanto, la strada sterrata sale su una splendida altura che ci offre ancora una volta vedute ampie ed emozionanti, prima di scendere lentamente verso la meta.
Gli ultimi chilometri sono faticosi, ma il paesaggio cambia ancora: davanti a noi compare una fattoria di pony, costruita accanto a un fiume ampio e impetuoso. Per nostra fortuna, qui non serve affrontare un nuovo guado: un solido ponte ci permette di attraversarlo in tranquillità.
Decidiamo di piantare la tenda poco distante, su una pianura erbosa a ridosso della strada, a poche centinaia di metri prima della fattoria. Una sistemazione semplice ma accogliente, che conclude la giornata con un tocco di verde finalmente più presente.




Tappa 8: L’inferno dei moscerini e la visione del Þórisvatn
La giornata più lunga e impegnativa della traversata comincia nel peggiore dei modi. Nei pressi della farm, il terreno si fa paludoso e, come se non bastasse, ci ritroviamo immersi in un vero e proprio incubo naturale. È l’unica mattina senza vento di tutto il viaggio: la peggiore combinazione possibile, perché da subito veniamo presi d’assalto da un’enorme nuvola di moscerini mývatn.
Non si tratta dei soliti insetti fastidiosi, ma di una massa viva e pulsante che ci si incolla addosso, assetata, come se la nostra pelle fosse l’unica fonte di nutrimento. Cappello, occhiali, paracollo: nulla serve. Questi esseri riescono a infilarsi in ogni spiraglio, puntando occhi, naso, orecchie, bocca. Non c’è scampo. Ogni respiro rischia di portarne dentro qualcuno, ogni passo è accompagnato da un ronzio costante e soffocante.
Per oltre due ore e mezza camminiamo con questa nube nera sulla testa, ridotti a marionette che si muovono per disperazione più che per forza. La mente vacilla, l’umore sprofonda: sembra davvero un supplizio pensato per fiaccare il viaggiatore. L’unico stratagemma che ci concede un attimo di tregua è voltare il viso contro il poco vento che ogni tanto si alza: per qualche secondo i moscerini sono costretti a ripararsi sottovento, ma appena la brezza cala, l’orda si ributta su di noi con la stessa ferocia.
Quando finalmente lasciamo la zona paludosa, quasi non ci crediamo: il silenzio improvviso, l’assenza di quella nube maledetta, ci restituiscono un minimo di lucidità. Proseguiamo nel deserto, ci fermiamo per pranzo accanto a una bellissima forra, e poco alla volta ritroviamo ritmo e respiro.
Il pomeriggio è meno crudele: una lunga strada diritta ci guida come un filo nell’immensità delle Highlands, con i fuoristrada in lontananza che sollevano nuvole di polvere come cavalli selvaggi in un western. La forra a destra si trasforma in fiume, che ci accompagna fino alla salita finale.
Qui, dopo una ripida fatica, si apre davanti a noi il Þórisvatn, il più grande lago artificiale d’Islanda. Verde opaco, immenso, creato dallo scioglimento glaciale e da una diga che ne ha ampliato il volume. La sua superficie di 88 km² e i 109 metri di profondità ci appaiono come un miraggio solido, un monumento naturale che riscatta la durezza del giorno.
Stremati, scegliamo un punto riparato dal vento poco prima del lago, e piantiamo la tenda con la sensazione di aver attraversato un piccolo inferno per meritare questa visione.




Tappa 9: Tra bacini glaciali e antichi letti di fiumi
Partiamo più tardi del solito, ancora stremati dalla tappa precedente. Smontare la tenda è complicato dai pochi moscerini rimasti attaccati alla pelle e agli indumenti del giorno prima, piccoli ricordi indesiderati del passato inferno. La mattina si apre invece con vento forte e pioggia sottile, un sollievo che ci permette di muoverci più agevolmente lungo il terreno bagnato.
Poco dopo, sulla nostra sinistra, appare Krókslón (Sigöldulón), il bacino artificiale che alimenta la centrale idroelettrica di Sigalda. Grazie alla diga, possiamo percorrere buona parte della mattina sull’asfalto costruito ad hoc, senza rischi. Purtroppo, il canyon Sigöldugljúfur rimane lontano, chiuso dai lavori in corso: ci accontentiamo di osservarlo dalla strada che passa sopra la montagna adiacente.
Arrivati in cima, il panorama ci lascia senza parole. Da un lato il brillante specchio d’acqua di Krókslón si stende calmo e azzurro, mentre a pochi passi il vecchio letto del fiume Tungnaá racconta una storia diversa. Le sue pareti di tufo scuro e le rocce modellate dall’acqua millenaria ricordano la potenza della natura incontrollata; le cascate un tempo tumultuose oggi scorrono in rigagnoli tra gole e sponde asciutte. Lì, il contrasto tra la gestione umana dell’acqua e la memoria di un fiume libero crea un paesaggio quasi surreale, dove licheni e muschi colonizzano le rive e piccoli animali trovano rifugio tra le rocce. È un luogo che invita a riflettere sulla convivenza tra uomo e natura, dove la forza del paesaggio rimane intatta anche sotto il controllo umano.
Ripartiamo lungo la F208, camminando su rocce che un tempo erano il fondale del fiume, ora sabbia nera sottile che si solleva ad ogni passo, testimone silenziosa dei secoli di erosione e della storia geologica del territorio. Dopo aver fatto rifornimento presso il vecchio attraversamento del fiume, scegliamo un luogo vicino per accamparci. La giornata si chiude immersi in questo paesaggio straordinario, tra bacini glaciali, antichi letti fluviali e il vento che accompagna il nostro riposo.




Tappa 10: L’arrivo a Landmannalaugar: il rifugio più celebre
Nonostante la stanchezza accumulata e il continuo deficit calorico, partiamo carichi di energia, sapendo che presto arriveremo a Landmannalaugar, uno dei rifugi più famosi d’Islanda, dove finalmente potremo immergerci nelle sorgenti termali e mangiare qualcosa di diverso dal solito.
La camminata continua sulla sabbia nera, resa ancora più impegnativa dal vento crescente, così potente da spostarci nonostante il nostro peso e quello degli zaini. Ci copriamo naso e bocca, perché le macchine che passano sollevano nuvole di polvere, che si mescolano al vento creando ali di sabbia volteggianti nel cielo: uno spettacolo potente e quasi ipnotico.
Tra un chilometro e l’altro intravediamo il lago Frostastaðavatn, camminiamo accanto al cratere Stútur e saliamo lungo il sentiero che porta al rifugio, che regala una vista spettacolare su tutta la vallata. Finalmente il deserto è alle spalle.
All’arrivo, la folla è sorprendente: più persone di quante ne avessimo mai incontrate in tutta l’Islanda, con persino pullman 4×4 che trasportano visitatori curiosi. Ci sistemiamo rapidamente con la tenda e ci dirigiamo verso il minimarket, costituito da vecchi bus riconvertiti, simpatici ma dai prezzi non proprio economici.
Il rifugio offre numerosi servizi: dormitori per chi preferisce il chiuso, una reception che fornisce informazioni sui trekking e sul meteo, bagni grandi con docce e spazi per stendere i vestiti (da rimuovere la sera prima della pulizia mattutina), un tendone comune dove cucinare con le proprie scorte, e il “mountain mall”, i tre bus riconvertiti che vendono snack, hot dog e tè caldi.
Il vero gioiello è la sorgente termale, una delle più calde che abbia mai provato. Dopo dieci giorni di cammino, immergersi in quell’acqua è una sensazione impagabile: il corpo si rilassa, i muscoli si distendono e la stanchezza lascia lentamente spazio a una profonda soddisfazione.




Tappa 11: Dalle terre di fuoco ai laghi verdi
La partenza da Landmannalaugar segna l’inizio del Laugavegur, uno dei tratti più celebri d’Islanda. Il sentiero si inerpica subito verso Hrafntinnusker, un altopiano vulcanico ricoperto da ossidiana nera e solcato da fumarole, spesso ancora chiazzato di neve anche in piena estate. Lo scenario è surreale, un paesaggio lunare punteggiato da solfatare e vapori che si alzano dal terreno. Superata questa prima sezione, la vista si apre su valli ampie e colorate, con contrasti che spaziano dal giallo dello zolfo al verde brillante dei muschi. La discesa verso Álftavatn regala panorami spettacolari: sullo sfondo si scorgono i laghi alpini e i ghiacciai lontani. La tappa si conclude sulle sponde del lago di Álftavatn, un luogo silenzioso e suggestivo che invita al riposo dopo una giornata lunga e impegnativa.




Tappa 12: Attraversando fiumi e deserti di cenere
Questa giornata è caratterizzata dai guadi: il sentiero costeggia fiumi larghi e impetuosi, che spesso richiedono di togliersi gli scarponi e attraversare con cautela. Dopo aver lasciato i prati di Álftavatn, si entra in un ambiente sempre più brullo: un deserto nero di sabbia vulcanica, interrotto solo da fiumi glaciali e canyon profondi. Lungo il percorso si incontra il rifugio di Emstrur, un punto di sosta strategico con vista mozzafiato sul ghiacciaio Mýrdalsjökull. Proseguendo, la valle si fa più stretta e drammatica, con burroni e gole scavate dai ghiacciai. Infine si entra a Þórsmörk, la “foresta di Thor”: un’oasi verde racchiusa tra tre ghiacciai, dove betulle nane, salici e fiori colorati creano un paesaggio in netto contrasto con la desolazione dei giorni precedenti.




Tappa 13: Tra ghiacciai e cascate fino all’oceano
L’ultima tappa è una delle più spettacolari e impegnative. Dal cuore di Þórsmörk si risale verso il passo di Fimmvörðuháls, situato tra due ghiacciai imponenti: l’Eyjafjallajökull e il Mýrdalsjökull. La salita è lunga e faticosa, ma regala viste incredibili sui ghiacciai e sui campi di lava formatisi durante l’eruzione del 2010. Raggiunto l’altopiano, lo scenario si apre su un mondo fatto di neve, lava fumante e panorami sconfinati. Da qui inizia una lunga discesa che porta verso la costa: il sentiero segue il corso del fiume Skógá e regala una sequenza quasi ininterrotta di cascate, più di venti, ognuna diversa dall’altra. L’arrivo a Skógar è segnato dalla maestosa cascata Skógafoss, una delle più iconiche d’Islanda, che segna simbolicamente la fine della traversata, con l’oceano poco distante.




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