Un trekking indimenticabile

In questa sezione cercheremo di darti tutte le informazioni necessarie in modo che tu possa affrontare quest’avventura senza preoccupazioni; dal periodo al materiale, il tutto spiegato nei minimi dettagli.


COSA ASPETTARSI LUNGO LA TRAVERSATA

Tutte le informazioni necessarie per prepararsi al meglio

Qual è il periodo migliore per questo trekking?

Il periodo ideale per affrontare la traversata è da luglio alla prima metà di agosto: in queste settimane le strade e i rifugi sono aperti, i passi presentano meno neve, le temperature sono relativamente più miti, le ore di luce sono al massimo e le condizioni meteo tendono a essere più stabili.

È comunque possibile partire anche a giugno o tra la seconda metà di agosto e settembre, ma si tratta di mesi più “di confine”. A giugno le temperature sono più rigide, alcuni tratti delle Highlands possono essere ancora innevati o impraticabili e non sempre l’apertura di rifugi e piste è garantita. Verso fine agosto e settembre, invece, le giornate si accorciano rapidamente, alcuni rifugi iniziano a chiudere e le piogge — insieme al rischio di nuove nevicate — diventano più frequenti.

Che temperature dovrò affrontare?

Quando si parte per un trekking nelle Highlands islandesi è bene mettere da parte l’idea di “estate” come la intendiamo a casa nostra. Anche nei mesi migliori, luglio e agosto, le temperature lungo il percorso si aggirano in media tra i 5 e i 12 °C durante il giorno, mentre di notte possono scendere facilmente vicino allo zero.

A giugno e a settembre il quadro si fa ancora più rigido: nelle Highlands non è raro trovare valori compresi tra 0 e 7 °C di giorno e anche sotto lo zero la notte. In quota o con il vento forte — quasi sempre presente — la temperatura percepita può sembrare di gran lunga più bassa.

Detto questo, la variabilità è la vera costante: in poche ore si può passare dal sole che scalda piacevolmente al vento gelido con pioggia o neve. Per questo è fondamentale essere pronti ad affrontare condizioni invernali anche nel cuore dell’estate.

Che tempo mi devo aspettare?

Il meteo in Islanda è imprevedibile e nelle Highlands lo è ancora di più. Lungo la traversata potrai vivere in una sola giornata quattro stagioni diverse: sole, vento, pioggia e persino neve, anche in piena estate.

Il vento è il compagno più costante: forte e tagliente, può abbassare la percezione termica anche di diversi gradi. Le piogge sono frequenti, spesso improvvise e accompagnate da nuvole basse che riducono la visibilità. In quota non è raro imbattersi in neve e ghiaccio anche a luglio, specialmente sopra i 900–1000 metri.

Nei mesi migliori (luglio e inizio agosto) il tempo tende a essere un po’ più stabile, ma resta comunque variabile. A giugno e settembre il rischio di nevicate aumenta, le giornate si accorciano e la possibilità di incontrare tratti impraticabili è più alta.

In sintesi: bisogna partire pronti ad affrontare di tutto, dal sole che scalda la pelle alla tormenta invernale. L’unica certezza è l’incertezza, ed è proprio questo a rendere l’avventura islandese così unica.

riuscirò a vedere l’aurora boreale?

Durante i mesi estivi, purtroppo, è molto difficile: la traversata si svolge nel periodo del sole di mezzanotte o comunque con giornate lunghissime, e il cielo resta troppo chiaro per poter osservare l’aurora boreale. Anche se le aurore sono fenomeni attivi tutto l’anno, serve il buio per vederle, e tra giugno e agosto in Islanda non cala mai una notte abbastanza scura.

Se il tuo sogno è quello di ammirarla, dovrai tornare in Islanda tra fine settembre e aprile, quando le notti tornano lunghe e buie. In quel periodo, però, le Highlands sono impraticabili e coperte di neve, quindi dovrai accontentarti di cercarla lungo le coste o nelle zone accessibili in inverno.

cosa vedrò durante il trekking?

Preparati a un viaggio attraverso alcuni dei paesaggi più straordinari e mutevoli del pianeta. Partendo da Akureyri e dirigendoti verso sud, attraverserai scenari che sembrano appartenere a mondi diversi:

  • Sabbie nere e deserti vulcanici, vasti e silenziosi, interrotti solo dal vento e dal bagliore delle montagne lontane.
  • Campi di lava e colate solidificate, coperti da un morbido tappeto di muschio verde acceso.
  • Montagne colorate del Landmannalaugar, con sfumature di rosso, giallo e ocra che sembrano dipinte a mano.
  • Fumarole e sorgenti termali che ribollono dal cuore della terra, ricordandoti che qui la natura è viva e potente.
  • Ghiacciai imponenti come l’Eyjafjallajökull e il Mýrdalsjökull, che fanno da cornice a vallate verdi e lussureggianti.
  • Canyon profondi e cascate fragorose, tra cui quelle che annunciano l’arrivo a Skógar, meta finale della traversata.

Il bello di questo cammino è la continua sorpresa: ogni giorno il paesaggio cambia radicalmente, e la sensazione è quella di viaggiare attraverso più continenti in un’unica avventura.


PRECAUZIONI DI SICUREZZA

Lo sappiamo, la sicurezza non è mai troppa, specialmente in un posto così isolato e con condizioni meteo così imprevedibili. Ecco cosa abbiamo fatto per ridurre il rischio al minimo.

navigazione e gps

Per l’organizzazione del viaggio abbiamo dato per scontato di non avere mai linea telefonica né accesso a Internet: in questo modo eravamo preparati a qualsiasi evenienza. Per sicurezza ci siamo quindi affidati a GPS satellitare, cartina e bussola.

Come GPS ho utilizzato il mio Garmin GPSMAP 67s, versione più economica del 67i. La differenza principale è che il 67i integra un tasto laterale per inviare chiamate di soccorso, funzione assente nel mio modello. Non avendo quindi un dispositivo dedicato per le emergenze, abbiamo dovuto valutare soluzioni alternative.

Per quanto riguarda la cartografia, dopo varie ricerche ho scelto la Ferdakort 5 Hálendid, una mappa in scala 1:250.000 che copre tutta la parte centrale delle Highlands (il numero 5 identifica la zona). Rispetto alle classiche mappe che mostrano l’intera Islanda, questa offre una precisione maggiore e dettagli più utili a chi si muove a piedi o in zone remote. La scala, seppur possa sembrare “troppo grande” a chi è abituato alle mappe escursionistiche, si rivela più che sufficiente: nelle Highlands ci sono pochissimi sentieri segnati e un numero molto limitato di strade.

La Ferdakort 5 non include solo le ultime due tappe, ma queste sono comunque ben tracciate e percorse da molti escursionisti. In più, è facile trovare online tracce GPS affidabili su piattaforme come Komoot o AllTrails.

Unica attenzione da avere nella scelta della cartina: verificare che siano riportati i sentieri esclusivamente escursionistici degli ultimi tre giorni. Alcune mappe pensate principalmente per chi viaggia in auto, infatti, non li segnano affatto.

Pbl (PERSONAL BEACON LOCATOR)

Durante la pianificazione del nostro trekking ci siamo trovati davanti a una domanda cruciale: come chiamare i soccorsi in caso di emergenza? Non sapevamo se avremmo avuto copertura telefonica o connessione Internet, quindi abbiamo deciso di considerare il peggior scenario possibile: un incidente nel cuore delle Highlands, lontano decine di chilometri dal rifugio più vicino e centinaia dalla città più vicina, in una zona senza linea. Come avremmo fatto?

Durante il cammino abbiamo spesso incontrato fuoristrada, a volte di più, a volte di meno. In media, in una giornata di trekking nelle Highlands, passavano una decina di auto. Ma ovviamente non ci si può affidare alla casualità per garantire la propria sicurezza.

Qui entrano in gioco i dispositivi GPS con tasto di emergenza, chiamati anche Personal Beacon Locator (PBL) o beacon di sicurezza. Questi strumenti permettono di inviare un segnale SOS ai soccorsi tramite satellite, anche in zone senza copertura telefonica, e possono condividere la propria posizione in tempo reale.

Un esempio è il Garmin InReach o il più avanzato GPSMAP 67i. Si tratta di dispositivi compatti, portatili e facili da usare, che in caso di emergenza permettono:

  • di inviare un SOS direttamente al centro di soccorso,
  • di comunicare messaggi testuali con i soccorsi o con amici/famiglia (a seconda del modello e del piano di abbonamento),
  • di ricevere informazioni sulla distanza dei soccorsi in arrivo.

Questi dispositivi richiedono un abbonamento satellitare per funzionare. Anche se non si vogliono inviare messaggi, l’SOS remoto e il tracciamento richiedono un piano attivo.

Per chi non possiede un PBL o vuole risparmiare, è possibile noleggiarne uno di base presso la Iceland Camping Equipment, un piccolo negozio di noleggio e vendita di attrezzatura da campeggio situato all’interno del BSÍ Bus Terminal. L’ordine va effettuato tramite sito almeno tre giorni prima del ritiro, perché il negozio deve trasmettere le vostre informazioni ai soccorsi islandesi. Il costo, al momento in cui scriviamo, è di circa 15 euro al giorno.

In questo modo, anche senza copertura telefonica, è possibile affrontare le Highlands in sicurezza, sapendo di poter contare su un mezzo affidabile per chiedere aiuto in caso di emergenza.

qUINDI, C’è LINEA O NO?

Risposta breve: quasi sempre. E, considerando i luoghi remoti in cui ci trovavamo, la cosa ci ha stupiti non poco.

Prima di partire mi ero informato sui principali gestori islandesi e sulla loro copertura nelle Highlands. I due operatori più diffusi sono Vodafone e Síminn: dalle opinioni trovate online (forum, Reddit e recensioni di viaggiatori), Síminn risultava avere una copertura migliore nelle zone interne, così ho deciso di affidarmi a loro acquistando una eSIM.

Síminn propone due pacchetti principali per turisti:

  • Opzione 1 – 3.000 ISK (circa 21 €): 10 GB, 50 minuti di chiamate internazionali e 50 SMS (validità 30 giorni, chiamate e SMS verso EEA).
  • Opzione 2 – 7.000 ISK (circa 50 €): internet illimitato e SMS/minuti illimitati, ma solo verso numeri islandesi (validità 14 giorni).

Le trovate sul sito di Síminn, alla voce Prepaid Mobile Starter Pack – eSIM. Se il vostro telefono non supporta le eSIM, potete comunque acquistare una SIM fisica all’arrivo in Islanda.

Io ho scelto la prima opzione e, per sicurezza, ho usato la eSIM islandese in parallelo con la mia SIM italiana (FASTWEB, che in Islanda si appoggia a Vodafone). In questo modo ho potuto confrontare la copertura dei due operatori lungo tutto il cammino.

Copertura durante le tappe:

Tappa 1: sempre.

Tappa 2: sempre durante il cammino; poco o nulla in prossimità della tappa finale.

Tappa 3: assente. La valle che porta sulle Highlands è stretta e il segnale non arriva. Qualcosa solo salendo sui promontori laterali o nei tratti più alti del sentiero.

Tappa 4: segnale solo vicino e al rifugio Laugafell, e poi nuovamente avvicinandosi (da circa 5 km prima) alla tappa finale.

Tappa 5: quasi sempre, solo qualche problema al rifugio Nýidalur.

Tappa 6: segnale quasi continuo, con brevi interruzioni tra le “dune”.

Tappa 7: praticamente sempre.

Tappa 8: sempre.

Tappa 9: sempre.

Tappa 10: sempre.

Tappa 10-13: Hanno copertura affidabile solo Landmannalaugar, Þórsmörk e Skógar. Tutta la parte centrale del trail è quasi completamente senza linea

Síminn o Vodafone? Quale funziona meglio?

  • Nelle prime 3 tappe, soprattutto da Akureyri fino all’ingresso nelle Highlands, Síminn si è rivelato superiore, dando copertura e internet in punti dove Vodafone non arrivava.
  • Dalla quarta tappa in poi, la copertura è risultata simile, con Vodafone in certi momenti persino leggermente più stabile.
  • Nelle città, nessun problema con entrambi.

Il mio compagno di viaggio, che aveva solo Vodafone, ha faticato un po’ di più nelle prime tappe rispetto a me, ma una volta entrati nel cuore della traversata ci siamo trovati bene entrambi.

Ma perché prende così bene nelle Highlands?

La spiegazione è sorprendentemente semplice: in Islanda ci sono poche strade e piste che attraversano l’interno, ma queste sono le uniche vie dirette di collegamento tra nord e sud. Per ragioni di sicurezza, il Paese ha investito molto nell’installazione di ripetitori ben distribuiti lungo i principali percorsi delle Highlands (ben visibili, posizionati nei punti più alti). In caso di guasti, incidenti o emergenze, poter contare su una copertura minima fa la differenza. Ecco perché, anche in luoghi che sembrano deserti assoluti, capita spesso di avere segnale — a volte perfino 4G stabile.

ICE-SAR (landsbjorg) e safetravel

L’Islanda può contare su una delle più grandi organizzazioni di volontariato di Search and Rescue (SAR) al mondo: l’ICE-SAR, che riunisce oltre 4.000 volontari attivi distribuiti capillarmente in tutto il Paese. In caso di emergenza, la responsabilità formale ricade sulla polizia islandese, mentre la guardia costiera mette a disposizione mezzi e operatori per raggiungere le aree più remote. Nella maggior parte delle operazioni sul campo, però, sono proprio i volontari ICE-SAR a intervenire.

Dopo aver letto su un forum l’esperienza di un viaggiatore che aveva affrontato un percorso simile al nostro, abbiamo deciso di seguire il suo consiglio e di recarci direttamente presso l’ufficio di ICE-SAR per chiedere alcune informazioni di sicurezza sul tragitto che avevamo programmato.

L’ufficio non è difficile da trovare: si entra dalla porta principale, si salgono le prime scale a destra e al primo piano ci si trova subito davanti la loro porta, riconoscibile dal lettore di badge sulla sinistra e dai vetri opachi ai lati. Dopo aver bussato, ci accoglie una signora che, sentita la nostra richiesta, ci presenta un uomo – probabilmente un responsabile – che si dimostra subito disponibile a darci una mano.

Gli mostriamo il percorso che avevamo pianificato e lui ci rassicura: non ci sono particolari criticità, se non un guado in particolare che può risultare problematico. Ci mostra la mappa con i guadi principali, ci spiega come affrontarli in sicurezza e ci raccomanda di chiedere sempre informazioni ai rifugisti: sono loro, infatti, ad avere l’aggiornamento più attendibile sulle condizioni dei fiumi dopo il rifugio.

A questo punto ci segnala anche l’esistenza di un’importante applicazione creata da ICE-SAR per la sicurezza dei turisti: SafeTravel.
L’app permette di:

  • inviare la propria posizione alle autorità ogni volta che si ha linea (funzione Check-in), in modo che – in caso di calamità – i soccorsi sappiano già dove cercarci;
  • contattare direttamente il 112 tramite il pulsante Emergency;
  • consultare informazioni aggiornate su condizioni meteo, strade ed eventuali eruzioni.

Il funzionamento è semplice:

  1. Prima di partire, si compila un Travel Plan sul sito safetravel.is, inserendo dati personali, numero e nominativi dei compagni di viaggio, date di partenza e rientro, e l’itinerario giorno per giorno.
  2. Si scarica l’app SafeTravel (iOS o Android).
  3. All’interno dell’app, nella sezione Hiking, compaiono due pulsanti:
    • Check-in: invia la posizione GPS al 112, che la salva e la userà solo in caso di necessità.
    • Emergency: serve a contattare i soccorsi in caso di pericolo immediato.

Dopo aver risposto ad alcune domande su copertura di rete e condizioni meteo, il responsabile ci rassicura: in quel momento non c’erano situazioni critiche, a parte la strada che porta al Mælifell (Mælifellsandur), chiusa per livelli d’acqua troppo alti. Per fortuna, non era un tratto che interessava il nostro itinerario.


RIVER CROSSING

Come attraversare i fiumi Islandesi

Introduzione

Finalmente siamo arrivati alla sezione che, sono sicuro, molti stavano aspettando: come abbiamo attraversato i fiumi? Cosa ci siamo trovati davanti?

Va detto subito che, parlando di attraversamenti a piedi, non si tratta mai di fiumi enormi, ma più spesso di torrenti o corsi d’acqua poco dopo la loro origine. Spesso parliamo di fiumi glaciali, alimentati dallo scioglimento dei ghiacciai: questo significa che le loro condizioni variano in base al momento della giornata e al meteo. Al mattino presto il livello è più basso, mentre nel pomeriggio, con il disgelo, l’acqua aumenta e la corrente si fa più forte. Anche la pioggia ha un’influenza enorme: più è prolungata, più rapidamente si gonfiano anche i corsi d’acqua minori, soprattutto quelli che raccolgono acqua da grandi aree di drenaggio. In certi casi, i guadi diventano addirittura impraticabili: la pioggia trascina sassi e aumenta la potenza della corrente, rendendo il passaggio troppo pericoloso.

Per questo è fondamentale controllare sempre le previsioni meteo giorno per giorno, pianificare il cammino con un margine di giorni extra e, in caso di dubbio, avere la pazienza di aspettare condizioni migliori. Se invece siete incerti su un guado, il consiglio più pratico è aspettare un fuoristrada e chiedere un passaggio per attraversare in sicurezza.

Informazioni lungo il percorso

Nei primi tre giorni della nostra traversata non abbiamo mai dovuto guadare un fiume vero e proprio, fatta eccezione per un piccolo ruscello poco prima di “sbucare” nelle Highlands. Dal rifugio di Laugafell, invece, abbiamo iniziato a chiedere informazioni: qui la rifugista ci ha aggiornato sui guadi che avremmo incontrato fino al rifugio successivo, il Nyadalur, dove poi avremmo chiesto nuove indicazioni per i giorni seguenti.

È importante ricordarsi di questa routine: i guadi principali nelle Highlands si incontrano dalla quarta alla settima tappa e successivamente fra la decima e la tredicesima, e i rifugisti sono sempre ben informati sulle condizioni. Una volta arrivati a Landmannalaugar (decima tappa), ci si inserisce nel Laugavegur Trail, il trekking più famoso d’Islanda: qui il sentiero è molto frequentato e ogni tappa ha un campeggio o un rifugio, quindi si possono ottenere facilmente aggiornamenti sulle condizioni del giorno successivo.

Come scegliere il punto giusto

Un guado, in termini semplici, è l’attraversamento di un fiume troppo largo per essere superato saltando da una roccia all’altra, e che richiede quindi di entrare in acqua. Non sempre il punto segnato dal sentiero è quello migliore: spesso è stato scelto per i fuoristrada, non per chi viaggia a piedi. Vale la pena spostarsi leggermente (senza allontanarsi troppo dal tracciato) e cercare il tratto più favorevole.

Il punto migliore è quasi sempre quello in cui il fiume è più largo: lì, di solito, la profondità è minore e la corrente più debole. Se l’acqua è limpida, rocce affioranti possono indicare le zone più basse; se invece è torbida, i bastoncini da trekking sono indispensabili per sondare il fondo e capire dove mettere i piedi.

Preparazione e attrezzatura

Prima di entrare in acqua è fondamentale slacciare lo zaino: sganciare la cintura ventrale e allentare gli spallacci in modo da potersene liberare subito in caso di caduta, evitando di essere trascinati via.

Per quanto riguarda le calzature, mai attraversare scalzi: l’acqua glaciale è spesso sotto i 5 gradi e bastano pochi secondi per perdere sensibilità ai piedi. Inoltre, il fondo può nascondere sassi scivolosi o taglienti. Meglio usare sandali da trekking o scarpette da scoglio: i piedi sono già messi a dura prova dal freddo e dallo stress del cammino, e affrontare un guado senza protezione, con lo zaino pesante sulle spalle, è altamente sconsigliato.

Tecnica di guado

Quando si attraversa, bisogna mettersi rivolti a monte, cioè verso la corrente. Non conviene puntare dritti dall’altra parte, ma tenere una traiettoria diagonale verso valle: in questo modo si asseconda la spinta dell’acqua, riducendo lo sforzo.

I bastoncini da trekking aiutano moltissimo sia per sondare il terreno sia per mantenere l’equilibrio. Se si è in gruppo, è consigliabile guadare insieme, affiancati e tenendosi per le braccia o per le spalle. In due, ad esempio, si può stare agganciati mentre ognuno usa un bastoncino dal proprio lato.

Regola d’oro: mai attraversare se la corrente è troppo forte e l’acqua supera la metà coscia. In questi casi è meglio aspettare, o rinunciare.

La nostra esperienza

Nel nostro caso, i primi giorni abbiamo affrontato solo piccoli corsi d’acqua. Il vero banco di prova è arrivato al quinto giorno. Al Laugafell, la rifugista ci aveva avvertito di due guadi: il primo, in prossimità della quarta tappa, era molto largo ma poco profondo, quindi affrontabile senza particolari problemi. Il secondo, poco prima del Nyadalur, era invece potenzialmente critico: scendeva direttamente dal ghiacciaio lì vicino ed era quindi impetuoso, stretto ma più alto, con l’acqua che arrivava appena sopra il ginocchio. Ci raccomandò di fare molta attenzione e, se necessario, di aspettare un fuoristrada per chiedere aiuto.

Ed effettivamente lo trovammo proprio così: corrente forte, livello poco sopra il ginocchio, acqua gelida. Per i guadi minori ci bastava cambiare scarpe – io usavo scarpette da scoglio, il mio compagno sandali da trekking: le mie si asciugavano velocemente, le sue rimanevano sempre bagnate ma si rivelarono comodissime una volta finito il percorso, ad esempio a Reykjavík per girare senza scarponi. Per questo guado più impegnativo invece scegliemmo di togliere anche i pantaloni e attraversare in mutande, sotto la pioggia, per evitare di ritrovarci fradici per il resto della giornata. Un piccolo asciugamano per asciugarsi i piedi si rivelò prezioso, ma di questo parlerò meglio nella sezione dedicata ai materiali.

Una volta arrivati al Nyadalur, la rifugista ci tranquillizzò: i guadi peggiori li avevamo già superati, e da lì a Landmannalaugar non ci sarebbero stati grandi ostacoli. Infatti, nei giorni seguenti trovammo solo fiumi di piccola o media portata, da attraversare come il primo, senza difficoltà eccessive.

Il discorso cambiò però al Laugavegur Trail. In questa parte di percorso la strada diventa sentiero, il paesaggio passa dal deserto alle montagne e si torna vicini ai ghiacciai. Qui, oltre ai fiumi, è il meteo a diventare protagonista. Nel nostro caso, proprio mentre eravamo a Landmannalaugar, arrivò l’uragano Erin, che colpì il sud dell’Islanda con piogge e venti fortissimi. I ranger locali vietarono a chiunque di proseguire: le vallate strette del Laugavegur amplificavano il vento come in un tunnel, rendendo pericolosissimo continuare.

Fummo costretti ad attendere diversi giorni nel campeggio di Landmannalaugar, affrontando notti difficili in tenda, scossa dalle raffiche. Ma il meteo non migliorava, e con il volo di ritorno che si avvicinava, non potemmo far altro che interrompere lì la nostra traversata.

Una delusione, certo, ma anche una lezione importante: in Islanda, i guadi si affrontano con preparazione e prudenza, ma alla fine è sempre la natura ad avere l’ultima parola.


ACQUA ED ELETTRONICA

tutto quello che c’è da sapere

ogni quanto si trova l’acqua?

Nonostante si cammini per diversi giorni attraverso paesaggi desertici e vulcanici, l’acqua in Islanda non manca quasi mai: fiumi, ruscelli e laghi accompagnano buona parte del percorso. È però fondamentale sapere dove fare rifornimento, perché alcuni tratti sono lunghi e totalmente asciutti.

  • Da Akureyri fino al deserto: nei primi giorni l’acqua non è un problema, si cammina praticamente sempre accanto a un fiume. Nella terza tappa la mattina si sale lungo una valle verde attraversata da un bel ruscello, ma una volta sbucati sull’altopiano desertico bisogna fare attenzione: da lì fino alla tappa della giornata (accanto a un lago) non ci saranno fonti d’acqua. Conviene riempire le borracce prima di lasciare la valle.
  • Quarto giorno: si trova acqua al rifugio di Laugafell, poi si incontrano alcuni piccoli corsi d’acqua lungo il cammino fino al rifugio successivo, situato proprio vicino a un fiume.
  • Quinto giorno: rifornimento fondamentale la mattina. A metà percorso si incontra un lago in prossimità della F26, poi più nulla fino a pochi chilometri dal rifugio Nyidalur (dove si affronta anche un guado importante) e infine al rifugio stesso.
  • Sesto e settimo giorno: nessuna particolare difficoltà grazie ai numerosi guadi e ruscelli lungo il cammino.
  • Ottavo giorno: fare rifornimento al piccolo lago situato vicino al ponte che attraversa la gola (foto), perché da lì fino al lago Þórisvatn, tappa della giornata, non si incontreranno altre fonti d’acqua.
  • Nono giorno: conviene riempire bene al mattino al lago Þórisvatn, perché fino a sera non si troverà nulla direttamente lungo il sentiero. Ci sono laghi e fiumi visibili nei dintorni, ma per raggiungerli sarebbe necessario deviare e perdere tempo.
  • Decimo giorno: acqua disponibile solo al rifugio e al lago Frostastaðavatn, ma trattandosi di una tappa breve non è un problema.
  • Dal decimo giorno in poi (Laugavegur trail): non ci sono particolari difficoltà nel reperire acqua, grazie alla presenza di rifugi e ghiacciai. L’unico tratto più secco è quello tra Landmannalaugar e Hrafntinnusker, ma dura poco e non crea grossi problemi se si parte con le borracce piene.

In generale, dunque, l’acqua si trova quasi sempre, ma ci sono un paio di giornate in cui è fondamentale organizzarsi, facendo rifornimento nei punti giusti per non rischiare di rimanere a secco nel cuore del deserto.

Quanta acqua ci siamo portati dietro

Per sicurezza e comodità abbiamo scelto di portare con noi circa 4 litri d’acqua a testa, distribuiti in due bottiglie da 1 litro e una da 2 litri. L’idea, nei calcoli fatti prima della partenza, era di essere pronti ad affrontare anche un’intera giornata senza punti di rifornimento, soprattutto nei tratti più desertici. L’acqua non ci serviva solo per bere, ma anche per cucinare: a pranzo e cena consumavamo pasti liofilizzati che richiedevano in media 350/380 ml ciascuno, per un totale di circa 1 litro a pasto in due. Alla fine la stima si è rivelata leggermente abbondante, ma la scelta di avere una riserva extra si è dimostrata rassicurante: nei giorni più aridi siamo sempre arrivati alla fonte successiva con ancora 1 litro di scorta a testa. A facilitarci le cose è stato anche il clima: le temperature basse hanno ridotto il nostro fabbisogno di liquidi, permettendoci di consumare meno di quanto previsto. Col senno di poi, avremmo potuto limitarci a 3 litri a testa e alleggerire un po’ lo zaino, ma la tranquillità garantita da quella quantità extra è valsa il chilo in più, senza rischiare di arrivare al fiume successivo senza scorte e zero margine di manovra.

come abbiamo trattato l’acqua?

Durante la traversata era inevitabile rifornirsi esclusivamente da fonti non controllate, con il rischio di imbattersi in virus o batteri. In molte zone delle Highlands l’acqua dei ruscelli è considerata potabile già alla fonte, ma non sempre è così: piogge abbondanti, il passaggio di greggi o la vicinanza a zone vulcaniche e geotermiche possono comprometterne la qualità. Per questo abbiamo scelto di adottare una doppia precauzione, usando sia il filtro che le pasticche di cloro. Il filtro ci garantiva l’eliminazione di sedimenti, torbidità, protozoi e batteri — già più che sufficiente nella maggior parte dei casi islandesi — ma per una protezione completa aggiungevamo sempre anche le pasticche, efficaci contro i virus che il filtro non può trattenere. La nostra routine era semplice: prima filtravamo l’acqua, poi la lasciavamo riposare per mezz’ora dopo aver aggiunto le pasticche, così da renderla sicura al consumo. Probabilmente, nella pratica, si è trattato di un eccesso di prudenza, visto che spesso ci rifornivamo in punti del tutto isolati e “sicuri”. Ma abbiamo preferito bere acqua dal leggero sapore di cloro per due settimane piuttosto che rischiare problemi intestinali in un ambiente così remoto.

come abbiamo ricaricato il telefono?

Per quanto avessimo usato poco il cellulare, tra foto, video, qualche chiamata e una mezz’ora serale passata a controllare mappe o scrivere messaggi, la batteria tendeva comunque a scendere rapidamente, e su due settimane il problema diventava significativo. Per affrontarlo, io e il mio compagno abbiamo adottato due strategie diverse: lui ha portato con sé due powerbank e un pannello solare portatile da 30W, che teneva legato allo zaino durante il cammino; io invece, meno fiducioso nel meteo islandese, ho preferito puntare solo sui powerbank, portandone quattro.

Il trasporto dei powerbank in aereo richiede un minimo di attenzione: sotto i 100 Wh se ne possono portare quanti si vuole, tra i 100 e i 160 Wh serve un’autorizzazione dalla compagnia aerea, mentre oltre questo limite sono vietati. Per questo motivo i nostri erano tutti attorno ai 98/99 Wh. Vale la pena ricordare che la capacità effettiva in Wh non sempre è chiara: spesso è scritta in piccolo sul dispositivo, ma in caso contrario basta moltiplicare la capacità in mAh per la tensione interna (di solito 3,7V) e dividere per 1000. Consiglio, per chi parte, di cercare i modelli da 26.800 mAh: sono progettati apposta per arrivare vicinissimi al limite consentito, garantendo molta autonomia.

Nei primi dieci giorni siamo stati fortunati con il meteo: il pannello solare, esposto tutto il giorno mentre camminavamo, riusciva a coprire buona parte del fabbisogno. I problemi sono arrivati durante la sosta forzata a Landmannalaugar, dove il maltempo ha reso il pannello praticamente inutile. Il mio compagno ha dovuto quindi affidarsi alle sue riserve, arrivando però all’ultimo giorno con le batterie ormai scariche. Io, invece, grazie ai miei quattro powerbank, sono riuscito a concludere la traversata con ancora margine: avrei potuto coprire circa 16-17 giorni di uso moderato. L’unico svantaggio? Il peso: quattro powerbank insieme superavano il chilo e mezzo, non proprio trascurabile nello zaino.


COSTI E TRASPORTI

qUANTI SOLDI PORTARe CON SE?

Consigliamo di avere con sé almeno 150–200 euro equivalenti in corone islandesi, da tenere come riserva di sicurezza.
Nei rifugi è infatti possibile acquistare snack, pasti caldi o piccola attrezzatura da campeggio; inoltre, anche chi pernotta in tenda nei pressi del rifugio deve comunque pagare la piazzola, e spesso anche l’uso delle docce o della cucina comune.

Nella nostra esperienza, però, tutti i rifugi accettavano pagamenti con carta, e i POS funzionavano senza problemi anche nei luoghi più remoti delle Highlands. Per questo motivo il contante è più che altro un “paracadute”, utile solo nel caso in cui il terminale non fosse operativo. Allo stesso tempo, è bene tenere a mente che quei 150–200 euro potrebbero non essere sufficienti a coprire tutte le spese dell’intera traversata: rappresentano solo una sicurezza di base.

quanto abbiamo speso?

In totale, abbiamo speso circa 350 € in due. È bene però precisare che non siamo riusciti a completare le ultime tre tappe e che abbiamo passato diversi giorni fermi a Landmannalaugar in attesa di un miglioramento meteo che non è mai arrivato. Questo ha inevitabilmente inciso sul budget.

Le principali voci di spesa sono state:

  • Pernotto in tenda
    Dormendo in piazzola vicino ai rifugi abbiamo speso in media 20–22 € a testa per notte (tra 2.500 e 3.200 ISK). I prezzi variano leggermente a seconda del rifugio, ma l’ordine di grandezza è quello.
  • Cibo
    Le scorte principali le avevamo con noi, ma dopo giorni di liofilizzati era inevitabile cedere ogni tanto alla tentazione di uno snack o di qualcosa di diverso per integrare calorie e variare un po’ i sapori.
    Bisogna però fare attenzione: i prezzi nei rifugi sono tutt’altro che economici. Al rifugio di Nyadalur, ad esempio, molto isolato nelle Highlands e difficile da rifornire, abbiamo speso quasi 35 € per: una lattina, un succo, un piccolo tubo di patatine, un pacchetto di dolciumi e uno di biscotti (non i grandi da supermercato, ma i formati piccoli da 125–150 g).
    Fino a Landmannalaugar, comunque, non avrete questo “problema”: non ci sono altri rifugi dove acquistare.
  • Landmannalaugar
    Qui si trova un piccolo “minimarket”, più fornito e leggermente meno caro (anche se sempre costoso). Oltre agli snack è possibile acquistare hotdog, bevande calde e qualche alimento base. Visto che siamo stati fermi più giorni, abbiamo approfittato per cucinare qualcosa di diverso con il fornellino (anche pasta e sughi), spendendo in media 20–25 € al giorno in più, oltre al pernotto in tenda.

Proprio per questo è sempre bene considerare un budget extra per spese impreviste: giornate di attesa, tentazioni culinarie o necessità pratiche possono far salire i costi. E se decideste di concedervi una notte all’interno di un rifugio, sappiate che i prezzi si aggirano intorno ai 100 € a testa per notte.

come venire via prima del previsto?

La traversata richiede molti giorni e il meteo islandese è notoriamente instabile: le condizioni possono cambiare bruscamente, passando in poche ore da cielo sereno a bufere con vento fortissimo. Per questo è fondamentale programmare con attenzione, soprattutto nella parte nord, dove i rifugi sono soltanto due e le distanze più impegnative. Prima di partire, è bene informarsi sulle previsioni meteo e chiedere consiglio direttamente ai rifugisti: non parliamo di semplici piogge, ma di tempeste che possono davvero mettere a rischio la sicurezza.

Se le condizioni peggiorano al punto da costringervi ad abbandonare la traversata (come è successo a noi), la prima cosa da fare è raggiungere il rifugio più vicino. In caso di emergenza potrete restare lì fino a quando la situazione non migliora, e i rifugisti faranno il possibile per aiutarvi, anche mettendovi in contatto con chi, arrivato in 4×4, potrebbe darvi un passaggio verso la civiltà. È importante muoversi con prontezza: se avete deciso di interrompere il trekking, chiedete un passaggio prima che le condizioni peggiorino, perché chiunque abbia un fuoristrada cercherà di lasciare la zona prima di rischiare di rimanere bloccato.

Un’altra possibilità è sfruttare i collegamenti regolari con autobus 4×4: Landmannalaugar e Þórsmörk sono infatti servite ogni giorno da diverse compagnie che trasportano turisti da e verso queste località. In caso di necessità, si può acquistare un biglietto di ritorno anche all’ultimo momento (se ci sono posti disponibili), evitando così di rimanere isolati.

Infine, una volta arrivati a Skógar, termine ufficiale della traversata, è possibile rientrare a Reykjavík con gli autobus di Strætó, che fermano proprio in paese. Attenzione però: le corse sono poche ogni giorno, quindi è indispensabile controllare gli orari in anticipo.


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